“Mi vergogno a studiare a Casa Giovani, in Caritas” – Riflessioni sul Senso dell’Accoglienza e sul Superamento dello Stigma.
«All’inizio non volevo venire. Mi vergognavo. Per me Caritas voleva dire povertà. E non volevo che la gente pensasse che fossi povero».
Queste parole, sussurrate a un docente da un ragazzo che frequenta lo spazio studio di Casa Giovani, organizzato dalla Caritas, sono semplici ma rivelatrici. Raccontano una verità profonda: molti, soprattutto i giovani, provano disagio nell’accettare un aiuto per paura di essere giudicati o etichettati.
Questo sentimento non riguarda solo chi chiede un sostegno materiale, ma anche chi cerca un luogo tranquillo dove studiare, imparare e crescere.
Da sempre la Caritas si occupa di povertà, ma non con l’intento di ridurre le persone al loro bisogno. Il nostro impegno è riconoscere e valorizzare la dignità di ciascuno, al di là delle difficoltà.
La povertà, infatti, non è solo mancanza di denaro: è anche mancanza di opportunità, di relazioni e di sostegno educativo. Per questo offrire uno spazio dove studiare rappresenta un modo concreto per dare a tutti le stesse possibilità di crescere.
Studiare non è un privilegio, ma un diritto. Nessuno dovrebbe sentirsi escluso o giudicato per questo.
È importante ricordare che la Caritas apre le proprie porte non solo a chi si trova in difficoltà, ma a tutti. Attraverso il servizio civile, i tirocini con Aspal e le collaborazioni con l’università, accogliamo persone che scelgono di vivere un’esperienza di crescita in un contesto umano e significativo. Lo stesso vale per chi sceglie di studiare qui: non sempre si tratta di chi non ha alternative. Spesso è una scelta consapevole, motivata dal desiderio di trovare un ambiente accogliente, dove sentirsi parte di una comunità, costruire relazioni e condividere un cammino.
L’aiuto che offriamo non è mai solo un gesto di generosità. Dietro ogni attività ci sono risorse economiche, tempo, dedizione di volontari e operatori. Sono investimenti che nascono dalla convinzione che aiutare una persona oggi significhi contribuire a costruire una società migliore domani.
Cambiare la cultura dello stigma è una responsabilità collettiva. Serve una comunità capace di accogliere e non giudicare, di riconoscere che chi aiuta e chi riceve hanno la stessa dignità.
Oggi quel ragazzo frequenta regolarmente lo spazio studio e ha superato la vergogna iniziale. La sua esperienza ci ricorda che non basta offrire un servizio: è necessario costruire, giorno dopo giorno, una cultura dell’inclusione e del rispetto.
E quando, alla fine, gli chiediamo come si sente, risponde con un sorriso: «Fortunato e privilegiato». Parole semplici, ma che raccontano il valore profondo di un’accoglienza che trasforma.

